Arte e passione nella fotografia di Giuseppe Deni
Le foto di questa e delle successive pagine, riproducono immagini di altri tempi, della nostra giovinezza; suggestive per la loro originalità ed espressive per il momento storico e culturale cui si riferiscono.
Sono istantanee “fissate” dall’amico carissimo e collega d’ufficio Giuseppe Deni, vissuto per lunghi anni a Polistena, città della quale ha conservato un grande ricordo, grato per l’ospitalità ricevuta improntata a sincera amicizia.
Appassionato di fotografia(lo considero un mio maestro per quanto mi ha insegnato in materia di riprese), durante gli anni trascorsi a Polistena, ha scrutato in lungo e largo gli angoli più suggestivi, o precari, del nostro territorio, immortalando immagini di alto profilo storico.Sono immagini scomparse dalla realtà, distrutte dalla modernità dei tempi, ove le ruspe, il cemento, il vandalismo, l’ignoranza delle tradizioni, l’eccessivo benessere, hanno cancellato i nostri ricordi.
Ma la passione di Giuseppe Deni per la fotografia, non si esaurisce con le sole immagini dedicate a Polistena. La sua collezione fotografica è di grande prestigio: lui scattava, immortalava, sviluppava e stampava, con la bravura ben nota. Anche il colore, realizzato in quei tempi con delle tecniche tutte particolari per un laboratorio amatoriale, sono suggestive come la foto del “vecchio calvario” pubblicata in altra pagina.
Ha tenuto delle mostre personali, partecipando ,altresì, a diverse nazionali, riscuotendo, ovunque, grande successo e premi.
Lo ringrazio di cuore per avermi dato l’opportunità di pubblicare, in questo volume, f oto d’epoca. Conoscendo il suo carattere, “geloso” del suo lavoro, è stato per me un momento di silenziosa commozione.
L’amico “Peppino”, dopo Polistena, ha vissuto nella natia Cittanova, circondato dai ricordi e dall’affetto dei suoi cari, ove è deceduto il 3 Settembre 2001.
(dal volume "Polistena ieri e oggi" di Ferdinando Sergio )
RIPRODUZIONE VIETATA
POLISTENA-IL VECCHIO CALVARIO- FOTO DI GIUSEPPE DENI(DIRITTI RISERVATI-RIPRODUZIONE VIETATA)SI NOTANO: IL PANORAMA DI S. GIORGIO MORGETO E LE ANTICHE CONDOTTE MURARIE
"VACALE",LA NOSTRA STORIA, CON LE SUE ACQUE LIMPIDE ED IL SUO LETTO NATURALE OGGI CANCELLATO DALL'UOMO
LE NOSTRE CAMPAGNE: LA POLVERIERA DI "IANNIZZI
"GATANEDU"
LE NOSTRE CAMPAGNE
LE NOSTRE CAMPAGNE
UN VICOLO DI POLISTENA VECCHIA
DAL LIBRO "Polistena ieri e oggi" di Ferdinando Sergio- Com'eravamo(Foto di Giuseppe Deni- Rproduzione vietata)
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POLISTENA... e le sue origini
Polistena, cittadina situata al centro dell’istimo tra le città magnogreche di Locri e di Medea, propone due interpretazioni etimologiche: ”città forte” e “molto stretto”. Quest’ultima per via dell’originario sito dell’antica Polistena che era una piccola, stretta e lunga terra posta al lato del torrente Jerapotamo e molto vicina al Vacale. Pur rimanendo incerte le sue origini, è presumibile che il territorio sia stato abitato fin dai tempi preistorici, come dimostrano alcuni oggetti del periodo neolitico rinvenuti nella zona. Possiamo ipotizzare che essa, senza meno, fu una stazione di passaggio per i Locresi che dovevano raggiungere Medma (Rosarno) colonia da loro fondata. I ritrovamenti archeologici, tra cui una cuspide di lancia protostorica e i numerosi corredi funerari da tombe, evidenziano una frequentazione del territorio e fanno ipotizzare la presenza di un qualche agglomerato urbano prima e dopo l’epoca della colonizzazione magno-greca.
Anche l’età romana, poi, è attestata dalle importanti testimonianze affiorate nella contrada Villa, contrada molto propinqua all’abitato. Pur nella esiguità di superstiti documenti cartacei anteriori a qualche decennio dopo il mille, si ipotizza che Polistena sia stata presente in età bizantina allorquando, nelle sue circonferenze, vennero a stanziarsi monaci Brasiliani che, tra l’altro, introdussero i culti di S. Marina e della Madonna dell’Itria .
Nel 1235 Federico II, imperatore di Sicilia, portò al rango la città, accrescendola di nuovi edifici e nel 1269 essa è annoverata tra le terre del Giustiziarlo di Calabria sotto re Carlo I, duca d’Angiò.
Sotto Carlo II poi, accresciute le relazioni tra la corona di Napoli e la Repubblica Fiorentina, Polistena passò sotto il dominio dei Signori di Firenze con Aldobrandino.
Nel 1430 la città passò sotto la Baronia di S. Giorgio e alla morte del Conte Cureale, che non aveva eredi, la Baronia fu trasferita, per volontà del re, a Giacomo Milano.
Nel 1502 Consalvo da Cordova, in seguito a battaglia a lui favorevole, diventò Signore della Baronia di S. Giorgio, si stanziò a Polistena, creando un piccola Reggia.
Nel 1568 il Senatore Tommaso de Marinis, di Genova, comprò per ventimila ducati la Baronia di S. Giorgio e con essa Polistena. Nel 1568 Baldassarre Milano Junior avendo mosso causa per la cessione della Baronia di S. Giorgio, ottenne sentenza a lui favorevole.
Sotto il dominio dei Milano, la città s’ingrandì e fu arricchita di molti edifici. Quando poi Giacomo Milano salì alla dignità di Principe Imperiale di Ardore e stabilì a Polistena la sua residenza, essa è cresciuta in bellezza e in grandezza. Divenne un centro ricco di conventi e di chiese, del Palazzo Marchesale (con annesso teatro capace di ospitare oltre mille persone), della Cappella musicale di corte (in cui operarono musicisti di indiscusso valore quali furono Giacomo Francesco Milano e Michelangelo Jerace), di una tipografia e si conserva copia di un volume stampato in essa nel 1712, della Zecca che emise nel 1731 e nel 1753 delle proprie monete.
( dal volume “Polistena ieri e oggi” di F. Sergio)
POLISTENA IN UN RAME DEL 1701 DI G. P. PACICHELLI
BROCCA DI ETA' ROMANA MONETA EMESSA NEL 1753 DA GIACOMO FRANCESCO MILANO
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CONSEGUENZE DEL SISMA DEL 1783 SUL TESSUTO DEMOGRAFICO-URBANISTICO DELLA CITTA’ DI POLISTENA
di Vincenzo Fusco
Il terremoto del 5 febbraio 1783 rase letteralmente al suolo l’antico abitato di Polistena, insediato lungo le demarcazioni rivierasche dello Ierapotamo, torrente che, dopo un breve percorso dalla sorgente, posta tra le gole a picco del vicino sistema aspromontano della Melia di Zomaro e delle Stallette, da secoli tagliava sinuosamente in due la città, lambendo case ed uffici. L’insediamento posto a Nord del torrente era certamente quello più prestigioso e urbanisticamente più curato e vi era dominante la Piazza Candelora, resa leggiadra da un’artistica fontana, detta Dragonara, da cui si partiva l’omonima via principale, la quale aveva il suo punto terminale nel grande Arco d’accesso alla città.
Su detta Piazza dava il severo palazzo dei Milano, titolari del feudo di San Giorgio e Polistena sin dal secolo XVI, di cui il Tabulario Sabatino, in visita alla città per doveri d’ufficio nella metà del secolo XVII, ne aveva ammirato “il portone guarnito di pietre del paese, dal quale s’ha un intrado coverto a travi con seditori di fabbrica...e all’incontro l’intrada si ritrova una stalla capace per dodici cavalli” e che il Pacichelli, ospite dei medesimi feudatari nel 1693, diceva guarnito di “superbo Teatro, eretto per la rappresentazione delle Commedie, in cui la nobile gioventù di Polistena molto s’esercita”, in ciò, peraltro, anticipato dal De Lellis che, negli anni venti del medesimo secolo, annotava come nel Palazzo Marchesale di Polistena fosse “eretto ammirabile Teatro...capace di sopra mille uomini di comodamente assistere alle sceniche rappresentazioni della dotta e ingegnosa gioventù Polistenese..., con artefici di superbissimi voli, di meravigliose lontananze, di istantanei mutamenti di scena, con selve, mari, città e dovitiosisimo di tutte le cose che si ricercano per rendere meravigliosi simili Teatri”. Intorno al Palazzo Marchesale sorgevano le pretenziose abitazioni dei possidenti e dei titolari delle professioni di spicco, tutte allineate “da questa parte del fiume”, in tacita emulazione tra loro, quasi ad ostentare l’accreditamento sociale delle relative famiglie, proprio in relazione alla loro “prossimità” all’ambita sede marchesale. Lì, infatti, sorgevano le antiche dimore di illustri casati, i cui cognomi risalivano in massima parte al tempo della fondazione della città (secc.XI-XII), e, cioè, i Rodinò ( uomini di fiducia dei feudatari Milano e, in tale veste, costantemente sindaci, soprattutto a partire dal sec.XVII), gli Assalti, i Pilogallo, i Pistarchi, i Barletti, i Lombardo, i Muleti, i Mangeruga, i Montiglia, i Rovere, i Sergio, gli Ambesi..., oltre alle dimore dei notai (Polistena, importante centro viario e commerciale, ne contava assiduamente più d’uno), degli avvocati, dei dottori fisici, tutti puntualmente di ostentata estrazione “civile”.
Terremoto del 1783-Suolo avallato in contrada Giuseppina-Disegno di P. Schiantarelli- Incisione di A. Zaballi (Museo Civico).
Lungo ”l’altra parte del fiume ” (l’espressione:“Tu sì di l’àtra parti” fu usata per secoli onde bollare gli appartenenti a quella parte della popolazione considerata “non civile” e la si ritrova non di rado anche nei rogiti notarili, specie se trattasi di capitoli matrimoniali) erano stanziate le pur dignitose abitazioni dei borghesi minori, in una non sempre ben tollerata promiscuità con le più modeste dimore di operai ed artigiani, e, nella zona posta al limite meridionale della città, con i tuguri dei braccianti e i maleodoranti bassi abitati da frantoiani e caprai, questi ultimi solitamente conviventi con i pochi animali domestici posseduti.
Su tale tessuto demografico-urbanistico, improvviso e catastrofico, si abbattè il sima del 1783 che sconvolse così profondamente il perimetro cittadino e gli immediati d’intorni, sì da livellare quelle marcate diversità architettoniche e la rigida demarcazione sociale in un indistinto mucchio di rovine.
Era il 5 febbraio, di mercoledì e, come annoterà un attento studioso, “il giorno sereno: rare e quiete nubi a lungo a lungo velavano il cielo.
Sentivasi il freddo, ma non oltre l’usato; la notte precedente era stata rigidissima e di un freddo da gelare. Erano da poco suonate le diciannove ed un quarto del detto giorno...quando improvvisamente gli abitanti furon riscossi da un grave tuono che proveniva dalle più profonde viscere della terra e che essi chiamarono rombo, spaventoso, sordo, prolungato. Seguì un tremor sotterraneo che invase la terra e le cose tutte; un orribile muggito rumoreggiò per l’aria, un immenso mugolo di polvere s’elevò...”
L’epicentro sarà più tardi individuato nel cuore dell’Aspromonte meridionale, precisamente tra Oppido e S.Cristina, ma la distruzione e la rovina interessarono non solo paesi e villaggi sparsi lungo quegli immediati crinali, ma anche quelli insediati a chilometri di distanza, fino al massiccio delle Serre.
La città di Polistena ne uscì particolarmete sconvolta sia nell’assetto urbanistico (il Grimaldi valuterà nella cifra astronomica di 500.000 ducati l’ammontare del danno alle cose) che in quello demografico(su una popolazione di circa 4.600 abitanti ne periranno ben 2.261, cremati qualche giorno dopo sul sagrato della trecentesca chiesa della SS.Trinità, anch’essa distrutta). Mentre di simile, luttuoso evento, dalle cronache coeve stigmatizzato col nome di “flagello” (’u fracèllu), si rinviene traccia nei registri parrocchiali della vicina Cittanova, in cui si legge, a quella data, di “un memorabile e funesto terremoto che non lasciò pietra su pietra”, nei registri parrocchiali del duomo di Polistena si riscontra soltanto una spettrale pagina bianca che desta, ancora oggi, un irrefrenabile sentimento di raccapriccio e mestizia. Si pensi che in detti registri, la cui pagina bianca testimonia l’interruzione atterrita di ogni segno di relazione interumana, si ricomincerà a segnare la cronologica successione di nascite, matrimoni e morti(nel “Liber defunctorum”, ad esempio, non c’è traccia dei morti a causa di quel sisma, il che sta a significare che furono cremati per lo più senza nemmeno essere identificati) parecchi giorni dopo la catastrofe sismica. Il primo bambino, tale Marino Fazzari, sarà infatti registrato nel “Liber Baptizzatorum” soltanto il 12 febbraio 1783, mentre il primo matrimonio sarà celebrato il 19 marzo successivo e riguarderà tali Giuseppe Floccari e Francesca Moscolone.
La città ne uscì come annientata, sia nella struttura urbanistico-demografica che nel tessuto civile e commerciale, il tutto corrispondente alla descrizione che, a caldo, ne aveva fatto il geologo francese Dolomieu, intervenuto qualche giorno dopo quel cataclisma: “ Avevo veduto Reggio, Nicotera, Tropea...ma quando di sopra un’eminenza vidi Polistena, quando contemplai i mucchi di pietra che non han più alcuna forma, nè possono dare un’idea di ciò che era il luogo...provai un sentimento di terrore, di pietà, di ribrezzo, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese...”.
Quello che ancora oggi colpisce, a distanza di oltre due secoli, è la costatazione della scomparsa quasi totale della consolidata onomastica cittadina, a causa della morte, tra le macerie di case e palazzi, di interi nuclei familiari. Seguì anche una strana e diffusa “smemoratezza” collettiva, rispetto al passato remoto e prossimo che impedì il ristabilimento di un circuito culturale tra i sopravvissuti ed il consequenziale loro ritrovarsi, ricevendone anche conforto, nella comune storia sociale e civile, tanto che, a chi voglia perlustrare, attraverso la ricerca, il tessuto della società polistenese dei periodi successivi a quell’evento catastrofico, niente o poco gli sarà dato di rinvenire che lo possa aiutare a ricostruire e descrivere quella società pre-terremoto, soprattutto in ordine ai ritmi della vita quotidiana, alle costumanze laiche e religiose, alle credenze, alla circolazione delle idee..
In effetti, si verificò come se la società dei sopravvissuti avesse sottoposto l’accaduto a un vero e proprio atto di rimozione, improntando così totalmente la rinascita dei meccanismi vitali e dei contesti socio-relazionali ai canoni dell’allora montante cultura illuministica che la contaminerà massicciamente, avviandola così ad inediti processi di razionalizzazione e di ammodernamento, a partire dalla ricostruzione della città, secondo linee architettoniche improntate al rispetto della natura del sito e della simmetria del tracciato viario.
Per quanto riguarda l’onomastica cittadina, uscita decimata da quel sisma, essa riuscirà a rinsanguarsi via via grazie alla naturalizzazione per assorbimento dei cognomi(oltre di quelli dei rampolli di famiglie notabili dei paesi vicini che continueranno a stabilirsi in Polistena, dopo avervi impalmato “giovinette di buona famiglia” del luogo), soprattutto dei commercianti, degli operai e degli artigiani, per lo più impegnati nella ricostruzione della città e in essa poi sistematisi, una volta ivi contratto matrimonio.
Rispetto al passato, in cui gli innesti per matrimonio erano per lo più la conseguenza di accorte e ragionate politiche matrimoniali, le quali riguardavano precipuamente i possidenti e gli appartenenti al ceto professionale (notai, fisici, medici, speziali..), di solito provenienti dai paesi della fascia ionica o da quelli prossimi alla Contea di Terranova, nel periodo successivo al sisma in questione si assistette, al contrario, ad un travaso in massa, nell’anemica onomastica polistenese, soprattutto dei cognomi di capimastri e di operai specializzati provenienti dai paesi delle Serre, del Catanzarese, nonchè del Napoletano e della vicina Sicilia.
Ne discenderà un quadro demografico completamente rimescolato,nel quale i nuovi cognomi non solo si radicheranno in loco definitivamente, ma daranno vita via via anche ad un’ inedita contrapposizione con le famiglie notabili indigene, dando luogo così al formarsi di quella connotazione “ politica” che sarà propria della società polistenese per oltre due secoli, sino alla fine degli anni Settanta del ‘900. Fino al tempo in cui, cioè, gli ultimi rampolli della borghesia terriera, spinti dal notevole imbarbarimento del costume sociale(estorsioni, ricatti, sequestri di persona...), si vedranno costretti ad una vera e propria fuga verso le città del centro-nord(Roma, Milano, Torino, Genova), determinando, ancora una volta, quell’impoverimento onomastico cittadino dal quale, in atto, Polistena stenta ad uscire fuori. Eppure, dal terribile sisma di quel lontano 5 febbraio 1783 la città di Polistena era riuscita a riprendersi nel giro di pochi anni, dando vita, soprattutto nel corso del sec.XIX, grazie anche ai suddetti influssi onomastici, ad eccezionali fioriture di artisti e letterati, i quali concorreranno a farla definire una “parrera d’ingegni”. Non a caso,” gli splendori dell’ottocento polistenese” continuano a costituire un obbligato punto di riferimento per quegli studiosi che si vogliano dedicare all’analisi, relativamente a quel periodo storico, della società e della cultura nella Piana di Gioia Tauro e, più in generale, in Calabria.
Dal volume “Polistena ieri e oggi” di Ferdinando Sergio
Le stampe, che di seguito pubblichiamo,unitamente a quella riproducente "Polistina nascente", fanno parte dell’ “Istoria dei fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdemone nell’anno 1783. Naples, 1784 v. 1: Osservazioni nelle Calabrie-by M. Sarconi. Photo. Schiantarelli(Pompeo) e Stile(Ignazio).
Le immagini di Polistena distrutta, unitamente a quelle di altri centri sconvolti dal terremoto, sono pubblicate dalla NISEE ( National Information Service of. Earthquake Engineering) University of California, Berkeley.
NELLE FOTO EVIDENTI SONO I SEGNI DELLA DEVASTAZIONE
LA POPOLAZIONE POLISTENESE IN PREDA AL PANICO LE CARTINE EVIDENZIANO I LUOGHI COLPITI DAL TERREMOTO
"POLISTINA NASCENTE" OVVERO LA RICOSTRUZIONE DELLA CITTA' DOPO IL TERREMOTO DEL 1783
POLISTENA- COM'ERAVAMO: Chiesa dell'Immacolata (Foto di Stellario Belnava )
POLISTENA- PANORAMA ieri-( foto di Stellario Belnava)
Il suo immenso panorama, dai colli Morgesi, signoreggianti dal castello feudale, al lontano mare, ai siculi scogli pittorici capitanati dallo Stromboli fumante ; di quel castello dominatore di tutta la pianura verdeggiante di pampini, di agrumi e di fitti boschi d’ulivo, circoscritta a forma d’immenso anfiteatro, che costeggia la ininterrotta catena di monti.
Dal S. Elia, precipitatesi a picco sul mare, a l’esile Punta Vaticana, protesa mollemente con declivio insinuante nell’azzurro del Tirreno, veleggiando da candide vele latine, gonfie al predominante vento sciroccale.
GIUSEPPE PRENESTINO
POLISTENA- PIAZZA DELLA REPUBBLICA IN SISTEMAZIONE
POLISTENA PIAZZA VARA O DELLA REPUBBLICA (Foto di Stellario Belnava)
TRAMONTO SULLA CITTA' (foto di Stellario Belnava)
POLISTENA : CHIESA DI S. FRANCESCO (foto di Stellario Belnava)
LO STROMBOLI VISTO DALLA TERRAZZA DELLA TRINITA' (foto di Stellario Belnava)
POLISTENA- MUNICIPIO POLISTENA- SALONE DELLE FESTE
IL LAGHETTO DELLE PAPERE- DISEGNO ORIGINALE DI ANGELO FORMICA
MARIA SS. DELL'ITRIA- TEMPERA SU LEGNO DI IGNOTO MADONNARO LOCALE FINE SEC. XVI
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Polistena ieri e oggi, una rassegna storico-culturale, dalle origini ai tempi nostri
NOTE BIOGRAFICHE DELL'AUTORE
Ferdinando Sergio è nato a Polistena nel 1931. Funzionario di Banca, ha assolto con senso di responsabilità e di attaccamento il suo compito da meritarsi il 1° Maggio 1981, dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la "Decorazione della Stella al Merito del Lavoro" con il titolo di "Maestro del Lavoro".
Fin da giovane, sulla scia delle tradizioni letterarie degli zii materni Prenestino, ha praticato il giornalismo.
E' stato corrispondente di importanti testate giornalistiche, del Giornale Radio, ed anche assiduo collaboratore del "Gazzettino del Mezzogiorno", notiziario quotidiano trasmesso dalla RAI di Napoli fino all'istituzione della Sede regionale calabrese.
Nel 1954 fondava e dirigeva la Rivista letteraria "La Nuova Calabria", in seguito chiamata "Pagine di lettere, arti e attualità", la quale esercitò un ruolo importante nella vita letteraria calabrese ed anche nazionale, grazie al costante e generoso supporto di studiosi, scrittori e giornalisti che riconoscevano, nella rivista, una voce altamente qualificata.Successivamente, a causa di assunzioni di delicate responsabilità professionali, ha dovuto abbandonare l'attività giornalistica e letteraria, e, con rammarico, lasciare la natia Polistena.Da qualche anno in pensione, nel ricordo seducente della sua Polistena, ha cercato la riconciliazione con le tradizioni artistiche e culturali della sua terra, dimenticate per lunghi anni, pubblicando "Ritorno al passato" una breve rassegna artistico-letteraria del 900 polistenese, unitamente ad un calendario del 2001 riproducente opere di artisti polistenesi, con fotografie a colori ed il tutto computerizzato dallo stesso.Il presente volume "Polistena ieri e oggi", vuol essere una rassegna storico-culturale della città natale, dalle origini ai tempi nostri; descritta in modo semplice ed accessibile a tutti, è corredata da fotografie a colori realizzate, in massima parte, dal Sergio.Al volume hanno collaborato anche alcuni suoi amici.Con quest'opera l'autore ritiene di avere manifestato per la sua diletta Polistena tutto il suo affetto, che non ha subìto in alcun modo l'usura del tempo.
Attualmente si dedica, a tempo pieno, alla conduzione del suo sito www.arteculturafotoin.it
GALLERIA
GIUSEPPE PESA " CAMPAGNA POLISTENESE" (collezione privata)