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SPECIALE CULTURA***

RITI E TRADIZIONI A GALATRO

I MERCOLEDI' DI GALATRO, PRATICA DEVOZIONALE RISALENTE AL 1500

Ci sono riti e tradizioni che fanno parte essenziale della civiltà e della storia di un popolo. A Galatro, strettamente connessa alla secolare devozione alla Madonna del Carmine, si ricorda la tradizionale e partecipata pia pratica dei mercoledì (che comincia il mercoledì successivo alla Pasqua e si protrae fino alla prima settimana di luglio).
Tale pratica devozionale si fa risalire al 1500 quando in occasione del giubileo indetto da papa Alessandro VI, i componenti la confraternita dei cuoiai di Napoli, decisero di compiere un pellegrinaggio a Roma per ottenere l'indulgenza. Ai cuoiai si unirono molti altri fedeli.
I pellegrini partirono da Napoli il 7 aprile portando con loro l'icona della Vergine Bruna, così chiamata nella città partenopea la Madonna del Carmine perché nell'icona bizantineggiante che la raffigurava, era bruno sia il colore della sua pelle che quello del suo Divin Figliuolo. Il tragitto fu percorso tutto a piedi e durante il cammino, per intercessione della Madonna avvennero "più miracoli a diversi uomini in diverse terre".
Quando, il 13 aprile, il pellegrinaggio giunse a Roma, l'immagine della Bruna fu esposta alla venerazione dei fedeli nella Basilica Vaticana. Qui ricevette l'omaggio anche da parte dello stesso pontefice, Alessandro VI. L'affluenza del popolo romano e dei fedeli presenti nella Città Eterna fu tale che lo stesso Papa, pochi giorni dopo, ordinò ai pellegrini napoletani di lasciare la città "per dubbio che per detta icona non fusse levata la perdonanza a Santo Pietro et alli altri luoghi de Roma". I pellegrini partirono e dopo sette giorni di cammino, il 25 aprile, raggiunsero Napoli.
Anche durante il viaggio di ritorno, per intercessione della Madonna, si ripeterono grazie e prodigi. La venerata immagine che tornava nella sua città e nella sua chiesa, fu accolta trionfalmente. In quel periodo, per intercessione della Bruna si verificarono "multi miracoli de surdi, et cechi et stroppiati" e si registrarono numerose grazie spirituali e temporali. Ben presto "quasi tutto lo regno venne in Napoli con le processioni a visitare la detta figura de santa Maria de la Bruna, et vennero tutti scalzi, chi con torce et chi con calici d'argento". Ne andarono anche da Galatro.

A causa di questo incessante flusso di pellegrini, l'icona mariana non fu rimessa nella primitiva sede, ma collocata sull'altare maggiore in una edicola lignea, al posto del quadro che raffigurava l'Assunta che fu poi installato nella sala capitolare del convento.
Per concessione di Federico II d'Aragona il 24 giugno di quello stesso anno nella chiesa del Carmine poterono radunarsi molti malati per chiedere, attraverso la materna intercessione della Madonna, la sospirata guarigione. E, in seguito, si parlò di guarigioni avvenute. Quel 24 giugno era un mercoledì.
Questa circostanza determinò la scelta di venerare la Vergine Bruna in modo particolare in questo giorno della settimana.
Nacquero così i "mercoledì del Carmine" una pia pratica che ben presto si diffuse in tutto l'antico Regno di Napoli e, piano piano in tutto il resto d'Italia. Si diffuse anche a Galatro, ove era presente una numerosa colonia di conciatori di pelle tra i quali ben presto si propagò l'eco del pellegrinaggio voluto dai colleghi napoletani e dei numerosi miracoli che ebbero come privilegiati protagonisti i fedeli che con profonda devozione avevano partecipato.
A Galatro il culto della Madonna del Carmine era diffuso da tempo immemorabile ma nel volgere di pochi anni i devoti si moltiplicarono.
Quasi tutti i conciatori locali, infatti, emulando i colleghi napoletani, si affidarono alla Madonna dello scapolare alla quale, alcuni anni più tardi, edificarono una nuova chiesa. Nel territorio galatrese non operano più i conciatori di pelle ma, da quei lontanissimi anni, così come in altri piccoli e grandi centri della regione, nella chiesa del Carmine si continua a praticare il rito del "mercoledì" e la settimanale ricorrenza si commemora con la celebrazione della messa e, a sera, del vespro con la Benedizione eucaristica.
Si continua, così, a ricordare i prodigi che per intercessione della Vergine si verificarono in quel lontano 24 giugno del 1500 e,
LA CHIESA DEL CARMINE A GALATRO

soprattutto, per raccogliersi devotamente in preghiera davanti alla statua lignea della Madonna del Carmine.


UMBERTO DI STILO




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A CURA DELL'INGEGNERE POLISTENESE ROBERTO AVATI


PUBBLICATO IL LIBRO "LE ARMI DELLA REAL FABBRICA DI MONGIANA"


Un libro che narra, senza retorica, una Calabria ben diversa da quella di adesso. "Le armi della Real Fabbrica di Mongiana". Si intitola così il lavoro di un attento ricercatore, appassionato di storia, l'ingegnere idraulico Roberto Avati.
Una minuziosa raccolta di dati ed informazioni che, come sottolinea lo stesso autore, "intende fornire un contributo alla conoscenza dei prodotti della fabbrica d'armi annessa allo stabilimento di Mongiana".


L'opera, non avrebbe avuto la stessa importanza che adesso prospetta senza l'aiuto del dott. Silvio Cimino, appassionato studioso di armi napoletane e di storia calabrese. Nella ricerca documentale, preziosa fonte di studio è stata il fondo archivistico "Mongiana", custodito presso l'Archivio di Stato di Catanzaro. Dopo il 2002, l'ing. Roberto Avati decise di approfondire le ricerche storiche su un suo antenato che, partito con le truppe di Murat, era morto nella lontana Koeningsberg nel 1813, non dimenticando i racconti di suo padre, reduce della prima guerra mondiale. Iniziò quindi a pubblicare, su riviste specializzate, articoli relativi ad armi antiche ed episodi del Risorgimento e delle due guerre mondiali. Alla fine del XVIII secolo, Ferdinando IV, sovrano del Regno di Napoli, stabilì che il nuovo stabilimento destinato alla lavorazione dei minerali di ferro estratti dalle miniere del monte Stella nel territorio di Pazzano, fosse costruito sul massiccio montuoso delle Serre in una località di nome Mongiana. Nel libro "Le armi della Real Fabbrica di Mongiana", l'ing. Avati racconta, con un linguaggio semplice, del più moderno stabilimento del Regno delle Due Sicilie, tra i più importanti del suo tempo nel Mediterraneo, la Real Fabbrica di Mongiana, da dove uscivano parti lavorate o semilavorate per le armi da fuoco e bianche del Regno, le artiglierie ed i loro proiettili, le ancore per il naviglio, le canne per fucili per quello che era il più consistente e meglio armato esercito della penisola, dopo quello dell'Imperial Regio Governo austro-ungarico. Uno stabilimento passato dai Borbone, ai francesi di Giuseppe Bonaparte e di Giacchino Murat, di nuovo ai Borbone ed infine al Regno d'Italia. Lo stabilimento conobbe il declino dopo l'Unità d'Italia. La fabbrica di Mongiana era troppo decentrata per poter tenere il ritmo degli stabilimenti del nord e del centro. Con impegno e passione, Roberto Avati chiarisce numerosi aspetti della produzione e sfata alcuni luoghi comuni sulla fabbrica e sul personale. "Mi auguro - afferma l'ingegnere polistenese - che ulteriori approfondimenti possano derivare dalla fattiva collaborazione di altri appassionati e studiosi, in possesso di altre armi di Mongiana, ai quali rivolgo l'invito a contattarmi".


ATTILIO SERGIO

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MAROPATI


IL MISTERO DEL PRESEPE IPOGEO

È avvolto nel mistero "il presepe ritrovato" nella grotta ipogea della chiesetta di jus patronatus di Gesù e Maria da secoli eretta a Maropati. Un mistero che rende più interessante (e per certi aspetti più coinvolgente) la casuale scoperta della quale Giovanni Mobilia e Giovanni Quaranta con una loro recentissima pubblicazione danno diretta testimonianza delle fasi più salienti. Da instancabili ricercatori e da studiosi di storia locale, infatti, i due autori illustrano sia le fasi della fortuita scoperta dell'originale natività che i vari passaggi dello jus patronatus che hanno caratterizzato la vita della chiesetta (da diversi decenni chiusa al culto) dalla sua fondazione ai nostri giorni. Un presepe scolpito sulle pareti di tufo di una grotta ipogea e non accessibile a nessuno, non risulta essere stato mai realizzato in altre chiese. Siamo, pertanto, di fronte ad un'opera unica. Anche per questo meritevole della dovuta attenzione e dei necessari approfondimenti da parte di critici e studiosi.

La straordinaria scoperta, però, pone degli interrogativi che esulano dalla bellezza artistica dell'opera e che vanno oltre la legittima curiosità di sapere come, quando, in che modo e da chi è stata realizzata quella originalissima opera d'arte. Infatti la sacra rappresentazione è completamente aderente a quella che è la tradizione cristiana. Ci sono gli angeli che reggono un cartiglio (sul quale molto probabilmente era riportato il verso latino "gloria in excelsis deo" o il nome del fondatore della chiesa) e, secondo quanto si legge nel Vangelo di Luca, ci sono l'asino ed il bue, ma non manca la mangiatoia e gli zampognari, così come numerosi sono i pastori che recano i doni. Naturalmente sono presenti le statue di san Giuseppe e della Madonna. Manca però il protagonista assoluto della scena: il Neonato. Anche per questo il presepe realizzato sulla parete di tufo della grotta ipogea, dietro la sua interessante unicità, nasconde dei segreti inquietanti. Segreti che meriterebbero essere svelati. Infatti sarebbe interessante scoprire a chi appartengono i resti mortali dei due adulti rinvenuti poggiati a terra nelle immediate adiacenze del presepe e, soprattutto, sarebbe ancora più interessante scoprire le motivazioni per le quali al posto del Bambinello Gesù neonato, che è simbolo di Vita, in quella originale "natività" è stato deposto il corpo senza vita di un bambino. Comunque, al di là dei misteri del presepe e dei racconti popolari sui quali quasi sicuramente si discuterà ancora per molto, bisogna essere grati a Giovanni Mobilia e Giovanni Quaranta perché mettendo a frutto il loro interesse per la storia locale, hanno consegnato alla cultura regionale una pubblicazione che offre stimoli alla ricerca ed agli approfondimenti. I due Autori, infatti, con la pazienza certosina dei ricercatori di razza hanno consultato i documenti custoditi in diversi archivi pubblici e privati; hanno ricercato e visionato centinaia di carte impolverate ed ingiallite dal tempo; hanno studiato e trascritto i numerosi verbali delle Visite pastorali riuscendo a mettere a loro posto i tasselli che danno vita al grande mosaico storico della chiesa di Gesù e Maria, da sempre incastonata nelle modeste abitazioni di un rione popolare di Maropati, e jus patronatus che, nel corso dei secoli, è passato dai Chizzoniti ai Francone. Così facendo, con chiarezza e semplicità ma con il massimo rigore storico, hanno ricostruito non solo la storia di una chiesetta padronale ricca di arredi e corredata di statue di pregio artistico, ma hanno scritto una pagina di vita sociale e religiosa maropatese che, con i suoi risvolti, esula dagli angusti confini municipalistici e suscita curiosità e interesse anche nelle comunità vicine.

UMBERTO DI STILO

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BELLEZZE DA SCOPRIRE


BURANO E I SUOI COLORI
- di Arnaldo De Porti

Da diversi anni ormai non vado più a Burano; e ciò è dovuto in parte anche al mio trasferimento dalla laguna veneziana alle Dolomiti, ma anche a qualche difficoltà correlata al tempo che sarebbe necessario per viverci almeno una giornata intera. Dico subito che Burano è un'isoletta che dista circa tre quarti d'ora da Venezia, luogo tranquillo ove ancor oggi pare che la società, le istituzioni, lo stato, la guerra non esistano e che compaiano, di quando in quando, come i canneti o le secche o le maree, come ha scritto il collega Gastone Pisoni in un suo libro : "La laguna di Marzial" che ho commentato favorevolmente e con molto piacere un paio di volte, accompagnato dalla musica, proprio su Piazza Scala. Libro che suggerisco di leggere perché il suo contenuto è intriso dei colori e degli umori della laguna veneta, collocato in un passato non poi troppo lontano.
Ebbene, questi colori, questi umori, sono rappresentati anche dalle foto che fanno parte integrante di queste mie semplici parole. Dico subito per chi non ha ancora avuto la possibilità di visitare quest'isoletta che essa si trova precisamente a 11 Km a nord-est di Murano e Venezia, alle quali è collegata tramite il percorso navigabile canale Bisatto - canale Carbonera - scomenzera San Giacomo: il tragitto con il battello di linea dura circa 45 minuti. E' facilmente raggiungibile anche da Treporti (10 minuti) e Punta Sabbioni (30 minuti), località del comune del Cavallino-Treporti che si affacciano sulla laguna. Oggi conta circa 3000 abitanti. Essa, come si evince dalle foto, ha tutte le case colorate in maniera molto sgargiante, tanto che detti colori ne sono diventati la sua caratteristica principale, essendo correlati a varie leggende legate alla pesca, in primis perché, quando i pescatori rientravano dalla pesca e pertanto sfiniti dalle fatiche e, magari con gli occhi semi-chiusi, essi riuscivano a riconoscere subito la loro casa, specie durante le nebbie non solo atmosferiche, ma anche di qualche buona "ombra" di vino rosso...
Una volta la principale attività era la pesca, oggi il turismo è la vera fonte di sostentamento per i suoi abitanti a cui seguono il commercio e la ristorazione.
Burano è famosissima anche per il suo merletto ad ago. Tuttavia esiste anche una produzione di maschere veneziane e molti abitanti dell'isola lavorano nelle vicina Murano, producendo pregiatissimi oggetti in vetro.
Detto questo per sommi capi non va sottaciuto che Burano è anche terra di artisti. Infatti essa ha un altro aspetto affascinante e poco conosciuto che la rende un luogo speciale per gli appassionati d'arte. Burano è stata, infatti, un'isola simbolo per gli artisti veneziani del primo '900.
All'inizio del XX secolo, i giovani pittori erano ancora poco considerati dalla scena artistica veneziana, e quindi sempre esclusi dalla manifestazione cittadina più importante, la Biennale. Molti di loro cominciarono a cercare un luogo dove poter ritrovare l'armonia tra la natura e gli uomini, lontano dalla Venezia ufficiale. E scoprirono l'isola di Burano.
Dal 1909 fino all'inizio della prima Guerra Mondiale, l'isola di Burano diventa il rifugio di Gino Rosso, Umberto Moggioli, Pio Semeghini e Luigi Scopinich, seguiti dopo la Guerra da Mario Vellani Marchi e un nutrito gruppo di artisti milanesi.
Questi pittori potevano contare sulla semplicità della gente, sul silenzio, sulle pallide luci lagunari, e formarono la cosiddetta "Scuola di Burano".
Molti di loro si trasferirono sull'isola con la famiglia, altri vi passavano le giornate tra la Trattoria da Romano (famosa in tutto il mondo) e le altre isole di Mazzorbo, Treporti e Torcello, cercando di fissare sulla tela la poesia dell'atmosfera lagunare.
Sarebbe lungo raccontare tutto di quest'isoletta. Siano i colori della case, magari attivando un po' di fantasia, ad immaginare la particolarità quasi assoluta di quest'isola, descritta in maniera eccellente dal nostro Collega Gastone Pisoni e di cui, come detto dianzi, ho già accennato al contenuto proprio su Piazza Scala lo scorso anno ( visualizza la pagina). Forse questo libro, vale più di ogni altra parola su Burano.

Arnaldo De Porti - maggio 2011

per gentile concessione del sito : www.piazzascala.altervista.org



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