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SPECIALE CULTURA

CINQUEFRONDI

PRESENTATO UN LIBRO SU GAETANO SCIREA CAMPIONE DI CALCIO E UMANITA'


Una mediateca comunale gremita, ha fatto da cornice alla presentazione di "Cercando Scirea", il primo romanzo di Gianluca Iovine, un tributo ad una figura e ad un calcio che non c'è più.
L'opera racconta il libero della Juventus e della Nazionale, nel quale la vita di Gaetano Scirea e l'affresco storico del Paese ritratto dal dopoguerra a oggi, si intrecciano con elementi di finzione, tradendo la matrice cinematografica del libro, nato da un soggetto per la Rai.

Un racconto emozionante, che snoda il suo percorso partendo dalla vita di un ragazzo come tanti, cresciuto all'ombra dei palazzi in costruzione e delle gru di Cinisello Balsamo, diventato uomo attraverso le tante sconfitte e le esaltanti vittorie dentro e fuori dal campo, senza mai rinunciare alla sua semplicità.
"Cercando Scirea", tra verità e narrazione, offre quel senso di rivalsa che può fare di ognuno di noi il campione della sua stessa vita. In mediateca, moderatore Domenico Bellocco, applausi ed emozioni, quando è giunta la telefonata di Mariella Scirea, vedova del grande campione juventino, che ha voluto ringraziare Gianluca Iovine per il suo racconto, grazie al quale, in tanti avranno la possibilità di scoprire la vita atipica di Gaetano Scirea.
L'assessore alla cultura Anselmo Scappatura ha descritto Scirea come un uomo leale dentro e fuori dal rettangolo di gioco, un esempio della sport inteso come veicolo di valori e principi sani.
È stato Angelo Siciliano a deliziare la platea con la lettura di alcuni brani del romanzo "Cercando Scirea". La prof.ssa, arch. Francesca Valensise, ha sottolineato che il romanzo, tra il vero e il verosimile, oltre a presentare l'umanità ed il garbo di un grande campione, faro di uno sport ben diverso da quello attuale dove imperversano il doping ed il calcio scommesse, riesce a far opera di rievocazione storica del Paese ritratto dal dopoguerra a oggi.
Il giornalista Michele Albanese, ha parlato di amarcord in un romanzo dal titolo emblematico che rappresenta quasi un'invocazione d'aiuto, alla ricerca di valori ormai perduti nello sport, intrecciando anche storie di vita nel tentativo di recuperare una voglia di appartenenza.
Il preside dell'Itis "Conte Milano" di Polistena prof. Franco Mileto ha giudicato il romanzo come il libro che tra passione e spontaneità, vuole svegliare sentimenti passati, per far sì che ci si spenda per gli altri, per la propria squadra, per il proprio paese.
L'autore del romanzo, Gianluca Iovine, rispondendo alle domande giunte dal pubblico, ha definito Scirea un campione amato che ha preferito i fatti piuttosto che raccontarsi, sottolineando l'ispirazione cinematografia del suo romanzo che da 6 anni attende che finalmente possa trasformarsi in una fiction televisiva.(a.se)



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BERNARDO MASSARI, NOTO COME BARLAAM DI SEMINARA, GRAN MAESTRO DI PETRARCA E BOCCACCIO

IL SUO NOME E' LEGATO SOPRATTUTTO AL PROGETTO DI UNIRE LE CHIESE D'ORIENTE E D'OCCIDENTE

Tra i calabresi più illustri dell'antichità un posto di rilievo spetta a Bernardo Massari, noto come Barlaam di Seminara e conosciuto come primo vescovo di Gerace e come maestro di greco di Petrarca e Boccaccio.

Umanista "ante litteram", Barlaam fu anche matematico (fu lui che in algebra sostituì i numeri con le lettere dell'alfabeto), filosofo, teologo e studioso di musica. Il suo nome, però, è legato soprattutto alla convinta ed appassionata campagna "unionista" portata avanti per anni con l'obiettivo di giungere alla unificazione della chiesa di Oriente a quella d'Occidente. Su quest'aspetto si sofferma Domenico Mandaglio nella sua recente pubblicazione "Barlaam calabro: una vocazione unionista" (Nanni Editore, Ravenna), opera in cui la vicenda umana del monaco calabrese è contestualizzata nella storia sociale, politica e religiosa di quei secoli. Barlaam, originario di Seminara (1290) ha compiuto i suoi studi presbiterali nel convento "Sant'Elia" che i monaci greco-bizantini, alcuni secoli prima, avevano costruito in una zona collinare di Galatro. Qui, il giovane seminarese appena presi i voti, cambiò il nome Bernardo con quello greco di Barlaam in omaggio ai monaci basiliani che lo avevano istruito nella teologia e quasi sicuramente anche nelle arti del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) ed in quelle del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia). Inoltre, come riconoscenza verso i monaci bizantini, scelse di abbracciare la cultura greco-ortodossa. Sempre in Calabria, ma non si conosce in quale cenobio, il futuro vescovo di Gerace ha avuto la possibilità di studiare ed approfondire la teologia e la filosofia. Nel 1329 Barlaam è a Costantinopoli ove diviene famoso per le sue approfondite conoscenze in tutti i rami del sapere. Poi, a seguito della diffusione di alcuni suoi scritti di logica, matematica, astronomia e filosofia, gli venne affidata una cattedra a quella Università. La cosa che maggiormente impressionò i greci fu la padronanza della lingua attica che Barlaam parlava (e scriveva) con competenza ed eleganza. Ben presto la presenza del calabrese-straniero presso quell'università e la sua crescente fama suscitò invidia. Soprattutto in Nicefaro Gregoras, un umanista che insegnava nel monastero di Chora. Tra i due nel 1331 ci fu un pubblico "certamen" su temi di astronomia, fisica, grammatica, retorica, poetica, dialettica, logica e filosofia aristotelica e platonica. La gara-dibattito si concluse con la sconfitta del calabrese che il Gregoras aveva presentato come "latino" e, quindi, come nemico della cultura greca. Barlaam abbandonò Costantinopoli e si trasferì a Tessalonica ove continuò con successo l'insegnamento universitario. Qualche tempo dopo, nel 1333, dal patriarca di Costantinopoli, Giovanni Kalekas, ricevette il prestigioso incarico di sostenere le ragioni dei greci nel confronto con due vescovi domenicani che erano stati inviati da Papa Giovanni XXII, per studiare la possibilità di trovare un punto di incontro sulla controversia relativa allo Spirito Santo. Il tentativo di unione fallì ma il dotto monaco calabrese non si arrese e nel 1339 si recò ad Avignone per incontrare Benedetto XII a cui espose la necessità di convocare un concilio per cercare di trovare la via dell'unione tra e due chiese. Anche questa volta le proposte del calabrese furono rifiutate. Profondamente deluso Barlaam tornò in Grecia ove Gregorio Palamas contestava le accuse che il calabrese aveva mosso agli esicasti i quali, praticando l'onfaloscopia, ossia la contemplazione del proprio ombelico, commettevano eresia. Anche questa volta, però, le sue posizioni ideologiche non ebbero fortuna. La nuova sconfitta indusse il calabrese a tornare in Occidente e ad abbracciare la chiesa latina. Tornato in Calabria per approfondire i suoi studi si trasferì a Napoli ove incontrò Boccaccio e dove provvide ad ordinare i manoscritti greci conservati nella biblioteca angioina. Nella primavera del 1342 Barlaam era ad Avignone. Qui Clemente VI gli conferì l'incarico di lettore e maestro di greco nella curia pontificia. In questa occasione strinse amicizia col Petrarca. Lo stesso Pontefice, pochi mesi dopo, lo nominò vescovo di Gerace, sede che Barlaam raggiunse solo per brevi periodi perché fu nuovamente incaricato di tentare l'unione tra le due chiese e, per assolvere all'incarico, fu prima a Costantinopoli e poi ad Avignone ove morì il 23 giugno del 1348.

UMBERTO DI STILO

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UN NUOVO VOLUME DI GIOVANNI RUSSO:"BANDE MUSICALI CALABRESI"


Attraverso la minuziosa ricostruzione storica delle trecento bande musicali che hanno operato in Calabria tra i primi decenni dell'ottocento e la prima metà del novecento, Giovanni Russo, direttore della biblioteca comunale di Polistena e componente della deputazione di storia patria per la Calabria, da qualche settimana ha offerto un quadro completo di quel largo settore che costituisce l'epopea artistico-musicale della nostra regione. Lavorando con grande rigore scientifico, com'è sua consuetudine, Russo ha dato vita al volume "Bande musicali calabresi" (Edizione Centro studi polistenesi), 576 pagine di grande formato, in cui propone storie, volti, episodi e comunità che nella formazione della banda hanno visto uno strumento di crescita sociale e culturale, ma anche il modo per garantire a giovani e meno giovani occasioni di sana socializzazione. Dal volume, e dalle complete schede delle varie formazioni musicali, si evince chiaro come in quegli anni, nonostante in Calabria si vivessero vicende sociali e politiche non trascurabili, dal Pollino all'Aspromonte si sia sviluppata una notevole fioritura di bande musicali. Erano formate da artigiani e contadini, tra i quali non mancavano gli analfabeti, che ambivano apprendere la musica per emanciparsi e per avere l'opportunità di uscire dall'angusto ambiente familiare e municipale.
Russo non ha trascurato nessun gruppo bandistico e, in stretto ordine alfabetico, in questa sua vera e propria enciclopedia, ricostruisce la storia di tutte le formazioni musicali che hanno operato in Calabria fino alla prima metà dello scorso secolo fornendo per ognuna di esse i giudizi espressi "da cronisti d'epoca con prosa a volte un po' retorica, ma spesso ironica e sempre ricercata". Ricorda che "ci fu un tempo in cui ogni paese della Calabria aveva la sua banda musicale che sbucava da ogni vicolo per annunziare la festa". Perchè la banda era l'incarnazione della festa della quale costituiva l'insostituibile colonna sonora. E non sono mancati i paesi nei quali contemporaneamente operavano due bande. La "rossa" e la "bianca", quasi sempre volute e fondate da altrettante famiglie di mecenati, che, anche a suon di marce e di sinfonie, si contendevano il primato politico della comunità. Russo ricorda, in particolare, le bande rosse e bianche che nei primi decenni del secolo scorso hanno operato a Bagnara, Galatro e Paola. Di tutte le formazioni musicali fornisce la documentazione fotografica e, novità assoluta, per la prima volta vengono pubblicati i bozzetti a colori delle antiche uniformi di 75 tra le più antiche bande musicali calabresi, regolarmente approvati dal comando della commissione militare di Catanzaro. Altro elemento distintivo del volume sono le schede dei musicisti e degli strumentisti che hanno onorato il paese d'origine, la formazione musicale della quale facevano parte e la Calabria intera.
Non mancano le curiosità. A Palmi, città che sembra possa vantare di avere avuto la più antica formazione bandistica, nel 1802 era maestro direttore e concertatore Domenico Manfroce, padre del futuro celebre compositore Nicola Antonio. Nel 1906, all'interno del manicomio di Girifalco, composta da ammalati provenienti da varei località della regione, operò una "piccola banda di musicanti folli" mentre la prima donna che entrò a far parte di una formazione bandistica fu Giuseppina Catalano, a Bianco, nel 1925.

UMBERTO DI STILO




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UN NUOVO LIBRO DI GIOVANNI RUSSO




Itria - Odigitria- Costantinopoli
Il culto della Madonna dell'Itria a Polistena ed in Calabria- A cura del Centro Studi Polistenes
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E’ con immenso piacere che salutiamo l’uscita di un nuovo libro di Giovanni Russo( direttore della Biblioteca Comunale e del Museo Civico di Polistena), dedicato al culto della Madonna dell’Itria a Polistena ed in Calabria, la cui presentazione è stata inserita all’interno di ”Polistena Estate” organizzata dall’Amministrazione Comunale di Polistena unitamente a molte associazioni cittadine.
Il libro, edito dal Centro Studi Polistenesi cui il Presidente è Giovanni Russo, ha un’importanza storica di grande rilievo in quanto il culto verso la Madonna dell’Itria è radicato nel cuore dei polistenesi i quali, certamente,non esiteranno ad accogliere favorevolmente la pubblicazione.
L’appuntamento è fissato per la serata del 6 luglio 2007 nei locali della Chiesa del Santuario dedicato, appunto, alla Madonna dell’Itria.
Per adesso ci preme pubblicare la premessa redatta dall’Autore nella quale sono evidenziati, con semplicità e razionalità, “gli eventi descritti, alla luce di quanto si è potuto riesaminare, hanno l’obiettivo di formulare alcune essenziali ipotesi sul recupero della memoria collettiva relativamente alla presenza di un culto…”



POLISTENA- SANTUARIO DEDICATO ALLA MADONNA DELL'ITRIA




PREMESSA



Nel ripercorrere le vicende di un culto che, come si vedrà, è alquanto diffuso in buona parte dell'Italia Me­ridionale e, particolarmente in Calabria, abbiamo ten­tato di narrare, nel contempo, una pagina della cultura polistenese, aprendo una finestra su un aspetto affa­scinante, misterioso e ricco di immagini suggestive, at­traverso la storia, l'arte, l'iconografia, il folklore e l'antropologia religiosa.
Gli eventi descritti, alla luce di quanto si è potuto ri­esaminare, hanno l'obiettivo di formulare alcune es­senziali ipotesi sul recupero della memoria collettiva relativamente alla presenza di un culto, quello dell’Itria, che non è facile interpretare appieno, proprio per la difficoltà di reperire probanti e superstiti docu­menti, utili alla ricostruzione, per la storia di Polistena, di un'epoca (quella bizantina) difficile da circoscrivere.
Si tratta di documenti, di spigolature, di carteggi e rapporti che consentono una lettura nuova, diversa che sia ricerca e studio, individuazione e ricostruzione di vicende che hanno lasciato nel tempo, negli uomini e nelle cose, segni vistosi, dei quali non si può più nega­re la memoria.
Pur rimanendo incerte le origini della cittadina, è presumibile che il territorio sia stato abitato fin dai tempi preistorici, come dimostrano alcuni oggetti del periodo neolitico rinvenuti nella zona. Possiamo ipotiz­zare che essa, senza meno, fu una stazione di pas­saggio per i Locresi che dovevano raggiungere Medma (Rosarno) colonia da loro fondata. I ritrovamenti arche­ologici, tra cui una cuspide di lancia protostorica e i numerosi corredi funerari da tombe, evidenziano una frequentazione del territorio e fanno ipotizzare la presenza di un qualche agglomerato urbano, prima e dopo l'epoca della colonizzazione magno-greca. Anche l'età romana, poi, è attestata dalle importanti testimonianze affiorate nella contrada Villa, contrada molto propin­qua all'abitato.
Nonostante l'esiguità di superstiti documenti carta­cei anteriori a qualche decennio dopo il mille, si ipotiz­za che Polistena sia stata presente in età bizantina al­lorquando, nelle sue circonferenze, vennero a stanziar­si monaci basiliani che, tra l'altro, introdussero i culti di Santa Marina e della Madonna dell'Itria.
Quest'ultimo è tipicamente legato alla persecuzione iconoclastica e l'iconografìa della Madonna trasportata dai monaci basiliani si tramanda particolarmente in un'icone di gusto bizantineggiante che si conserva nel­la Chiesa della SS. Trinità.
Per rendere ancora più vivi ambienti, emozioni e vi­cende, oltre al tentativo di dare certezza alla narrazio­ne, abbiamo pensato di arricchire il volume di alcune ristampe, testimonianze ormai rare, proprio per far par­lare direttamente gli autori, Guarna Logoteta e Mons. Domenico Maria Valensise, onde farle risaltare in una prospettiva storica che inquadra, ritaglia e modifica molte cose sconosciute o malconosciute. Che dire del contributo dell'amico Gianfrancesco Solferino? Egli, con il suo solito forbito senso critico di storico dell'arte, ci ha regalato, da profondo conoscitore dello Scrivo, una pagina unica, densa, articolata, passionale sul gruppo statuario che, per lui, rappresenta il capolavoro dell'artista serrese.
Il nostro lavoro, nel suo complesso, più che a colle­zionare i fatti, mira a rendere intellegibile le vicende di questo culto, per prendere coscienza dei tesori di cui la tradizione, orale o scritta, è custode. Sono valori che, nella mera prospettiva di dissoluzione di ogni tradizione, di ogni identità, individuale o collettiva, sono da reinventare ogni giorno come memoria, come stimolo, come orgoglio.
Non è sempre facile comprendere il significato di un monumento, specialmente quando questo è straor­dinariamente ricco di storia e di arte ed, al contempo, denso di misteri ancora da svelare.
Al lettore spetta raccogliere tutte queste voci nel si­lenzio solenne dell'antica struttura, la cappella che, solo dal 1728, viene appellata con il titolo di S. Anna, che racchiude ed esprìme, nel suo silente linguaggio ed abbandono, tanta parte della stona di Polistena.
A noi rimane il compito di rivolgere un grato ringra­ziamento a tutti coloro che, in vari modi, hanno con­tribuito alla realizzazione del volume ed, in particola­re, a Franco Arìllotta, Deputato di Stona Patria per la Calabria, per averci messo a disposizione una sua scheda su Carlo Guarna Logoteta, nonché: a Gian-francesco Solferino; agli amici D. Filippo Ramondino ed Antonio Trìpodi, dell'Archivio Storico Diocesano di Mileto; a mons. D. Pino Demasi e D. Franco Borgese, Parroci di Polistena; alla Dr.ssa Lia Domenica Baldissarro ed al personale tutto dell'Archivio di Stato di Reggio Calabria e della Sezione di Palmi; e, dulcis in fundo, a Giovanni Quaranta, amico fraterno, senza il cui apporto, non solo informatico, il volume non avrebbe trovato una così rapida e gradevolissima im­postazione.

G. R.



ALCUNE IMMAGINI TRATTI DAL LIBRO DI GIOVANNI RUSSO


Chiesa SS. Trinità- Madonna dell'Itria , di Brunetto Aloi (1852)




Madonna dell'Itria di Natale Carta- Pala d'altare andata distrutta nell'incendio della Chiesa del 1988



Polistena-Chiesa della SS. Trinità-particolare della campana del 1610 con l'effigie della Madonna.



Nel corso del 1897, l'Arciconfraternita della SS. Trinità realizzò il conio di medaglie nel cui retro era effigiato, dentro un triangolo, il caratteristico occhio, simbolo della SS. Trinità ed in basso l'indicazione dell'anno 1897, mentre nel verso, oltre all'iscrizione: Maria SS. dell'Itria- Polistena, la raffigurazione della Madonna.




La statua della Madonna dell'Itria, opera dello scultore serrese Vincenzo Scrivo, venerata dai polistenesi





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“La Resurrezione di Lazzaro” di Carmelo Zimatore



La Chiesa Matrice di Polistena, edificio sacro dalle grandiose forme barocche, fondato in età rinascimentale e crollato con il terremoto del 1783, subito rifatto ed ampliato nel 1852 e restaurato e decorato nel 1884, si può considerare uno scrigno colmo di opere d’arte in pittura, scultura, lavori in ebanisteria e tante altre opere veramente degne di nota. Questa volta vogliamo proporre all’attenzione dei fedeli che frequentano la nostra chiesa un dipinto che, nella nostra modesta opinione, è uno dei capolavori di cui la Chiesa Matrice e Polistena si possono vantare: la “Resurrezione di Lazzaro”, di Carmelo Zimatore, pittore di Pizzo Calabro. Nei miei ricordi di ragazzo la cosa che più si è impressa nella mia mente e nella mia immaginazione, riguardo alla nostra Chiesa Matrice, è questo grande dipinto che campeggia al centro dell’artistico e grandioso soffitto centrale a cassettoni dorati della navata centrale. La prima volta che lo vidi rimasi incantato e affascinato da quell’immagine, dal movimento, dai colori e, dopo l’appassionata e commovente spiegazione di mio padre, da quello che era stato uno dei miracoli più staordinari che Gesù aveva compiuto durante la sua vita pubblica.
Da allora, ogni volta che entravo nella chiesa Matrice (e tuttora) non potevo fare a meno di fermarmi ad osservarlo, gustando l’atmosfera che si respira nel dipinto, religiosamente assorto, immergendomi completamente e sentendomi quasi partecipe, diventando uno degli astanti, uno degli spettatori del clamoroso e soprannaturale avvenimento, quasi attento a non farmi travolgere dalle persone che variamente esprimono il loro stupore per un miracolo così grande, un morto che dopo tre giorni viene fuori dal suo sepolcro ad un semplice ma autorevole comando di Gesù: “Lazzaro, vieni fuori!”. E’ una magnifica giornata di sole abbagliante, dalle ombre proiettate sul terreno si direbbero le prime ore del pomeriggio, il cielo è azzurro e Gerusalemme, che si vede in lontananza, giace adagiata sulla collina alle spalle, in tutta la sua maestosità di città santa. Nel primo piano Gesù occupa il punto centrale della scena, il braccio destro disteso, la sua mano alzata e leggermente dischiusa, l’indice puntato verso il sepolcro da dove Lazzaro è appena uscito, gli occhi negli occhi del suo amico che con il colorito ancora terreo, avanza, avvolto in un bianco sudario, ancora incredulo per ciò che gli è accaduto. Gli occhi di tutti gli astanti guardano attoniti quell’uomo, da tre giorni deposto nel sepolcro e che ora è vivo e procede lentamente verso di loro. Hanno deriso “il maestro” fino a qualche istante prima e l’hanno seguito fino a quella tomba solo per farsi ancora beffe di lui quando avrebbe dovuto ritornarsene indietro, ammettendo, umiliato, che niente poteva contro la morte. Ora i tre uomini in primo piano, che hanno fatto rotolare la grande pietra che chiude l’apertura del sepolcro, fuggono terrorizzati, nascondendo il viso e riparandosi con la mano. Una donna, in basso a destra, è caduta in ginocchio e osserva con la bocca aperta e gli occhi spalancati per lo stupore, con il bambino che le si stringe addosso e che guarda con la coda dell’occhio ciò che nella sua innocenza non riesce completamente a capire. Marta, la più passionale delle sorelle, caduta in ginocchio, spalanca le braccia per stringere colui che credeva perduto per sempre, mentre Pietro si slancia per trattenerla, non sa neanche lui bene perché. Maria, invece, è ai piedi del maestro con le mani giunte in un estremo atto di fede e di riconoscenza.
Dietro, la folla, varia e colorata, manifesta i propri sentimenti in tanti modi diversi: qualcuno spinge per vedere meglio, un vecchio, appoggiato al suo bastone, si tiene la fronte con la mano, sbigottito, un uomo alza le braccia verso il cielo e grida tutta la sua gioia, rendendo grazie a Dio. Nelle ultime file qualcuno ha alzato sulle spalle il proprio bambino per farlo partecipare a quanto sta accadendo e fargli ricordare quegli attimi strabilianti e prodigiosi. Gesù è imperturbabile nella sua divina maestà, calmo, dopo aver pianto per il suo amico, sicuro che il Padre gli avrebbe accordato qualunque cosa gli avesse chiesto. Quei momenti sublimi sono fissati per sempre nella tela dal talento e dai colori brillanti di un artista che non aveva solamente una grande sensibilità artistica ma anche umana e religiosa e possedeva una profonda conoscenza dell’animo umano e della sua psicologia. Tante cose ci sarebbero da dire e scrivere su di lui ma, in sintesi, era questi Carmelo Zimatore, pittore di Pizzo, nostro conterraneo che, tra l’Ottocento e il Novecento, visse e operò nella sua terra, disseminando nelle chiese della “sua” e della “nostra” bella e sfortunata Calabria opere di grande spessore artistico, che riescono ancora a suscitare, in chi le osservi con grande amore ed attenzione, forti sentimenti ed intense elevate emozioni.


STELLARIO BELNAVA

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POLISTENA

OPERE DEL MAESTRO GIUSEPPE CORREALE DONATE AL MUSEO CIVICO



Il patrimonio culturale ed artistico della città si arricchisce grazie alla decisione del noto scultore sidernese maestro Giuseppe Correale di donare al Museo Civico di Polistena sette sue opere originali in gesso, veri capolavori d'arte. A dare l'importante annuncio, nel corso di una conferenza stampa svoltasi nel palazzo municipale, sono stati il sindaco dr. Michele Tripodi, l'assessore Marco Policaro e lo storico Giovanni Russo, direttore del Museo Civico e della biblioteca comunale. Il primo cittadino, nell'esprimere grande soddisfazione per l'omaggio che l'insigne scultore calabrese ha voluto fare alla città di Polistena, ha annunciato che l'Amministrazione comunale assegnerà un riconoscimento particolare al maestro Giuseppe Correale. Il sindaco Tripodi, nell'annunciare che sono ripresi per essere completati i lavori di ristrutturazione della casa natale dei Jerace che potrebbe ospitare in futuro una scuola di formazione artistica, ha auspicato di poter presto collocare in un luogo adeguato il ricco ed inestimabile patrimonio custodito dal Museo civico(la solo sezione scultura ha un centinaio di opere) e dalla biblioteca comunale. L'importante donazione porta la firma del sapiente lavoro e dell'impegno del direttore della biblioteca e del Museo civico Giovanni Russo, il quale ha ricordato che nel 1997 il maestro Giuseppe Correale, oggi 84enne, fu insignito del "Premio Polistena" per la scultura. L'omaggio al Museo Civico da parte del maestro Giuseppe Correale riguarda le seguenti opere originali in gesso, raffiguranti: Busto di Michele Bello(uno dei Martiri di Gerace del 1847), opera(h.80 cm.) realizzata nel 1997 in occasione del 150° anniversario della morte, ed il cui bronzo, voluto dalla città di Siderno, si trova collocato in piazza Cavour; busto di Francesco Malgeri(uomo politico -socialista che, nel 1921, aderì al Partito Comunista d'Italia - nato a Grotteria), opera(h.70 cm. circa) realizzata nel 1996 ed il cui bronzo si trova esposto in una piazza di Grotteria; busto di Mons. A. Incognito, opera originale in gesso(h.65 cm.) realizzata nel 1988 il cui bronzo si trova a Siderno in collezione privata; medaglione di Paolo Orsi(archeologo originario di Rovereto), opera in gesso(diam. 50 cm.) realizzata nel 1985 ed il cui bronzo si trova esposto nel Museo Statale di Locri; testa di fanciulla(gesso h. 35 cm. con base in legno); testa di giovane(gesso patinato h. 38 cm.); Ultima Cena(gesso patinato 60x120 cm.), paliotto d'altare con altorilievo, realizzato nel 1981, il cui bronzo si trova nella Chiesa di San Rocco di Gioiosa Jonica. Nel corso della conferenza stampa, è giunta la gradita telefonata del maestro Giuseppe Correale, impossibilitato, per motivi di salute, ad essere presente a Polistena. E' stato lo studioso Giovanni Russo ha ripercorrere le tappe fondamentali, attraverso l'analisi delle numerosissime opere realizzate, molte delle quali si trovano in collezioni private di tutto il mondo, della carriera dello scultore Giuseppe Correale, nato a Siderno il 5 gennaio 1926, dove risiede in via Paolo Romeo. A diciassette anni, Correale si reca a Firenza e qui, sotto la guida di Pietro Annigoni, frequenta l'Accademia di Disegno del Nudo. Si trasferisce poi a New York per studiare disegno e plastica all'Accademia di Belle Arti "Art Student's League". Torna a Siderno nel 1962.

ATTILIO SERGIO






L'ULTIMA CENA



BUSTO DI FRANCESCO MALGERI


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GALLERIA




FRANCO CAMILLO'- CASETTA IN CAMPAGNA













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